Maria Rosa Vittadini e Armando Barp. Una vita a sostegno dei cittadini e della cosa pubblica.12/5/2026 Armando Barp, Maria Rosa Vittadini. In basso a sinistra Guglielmo Zambrini. Ricostruzione fotografica di Marco Casali. Parlare di ambiente nei primi anni '70 non era come adesso. L'ecologia era intesa principalmente come equilibrio tra l'uomo e la natura, in alternativa alla metropoli inevitabilmente inquinata, caotica. Ma c'era chi già si occupava di equilibrio tra l'uomo e la città. Mi viene spontaneo parlare di due importanti urbanisti, recentemente scomparsi, in modo informale perché Maria Rosa Vittadini e Armando Barp già in quegli anni frequentavano assiduamente mio padre Guglielmo Zambrini: dapprima come collaboratori, successivamente come colleghi presso la facoltà di urbanistica a Venezia anche se loro hanno continuato a considerarlo il Maestro. Allora, in assenza di internet, fare lezione era una prova di comunicazione efficace e l'entusiasmo per l'insegnamento produceva interesse verso temi ancora vergini come mobilità sostenibile, tutela dell'ambiente anche, e soprattutto, dove si vive e si lavora. L'umanizzazione dei centri urbani attraverso piani di zonizzazione, disposizione di aree a velocità limitata a dimostrazione che, se tutti vanno un po' più lenti, si evitano i rallentamenti (e soprattutto gli incidenti), soddisfa il concetto di città che appartiene a tutti. Attraverso questa nuova didattica si è formata una generazione di urbanisti, analisti dell'ambiente, architetti paesaggisti ora figure istituzionali, necessarie. Una didattica che, dalle aule, si allargava alla società civile con l'appoggio ai comitati in difesa delle aree verdi, della sicurezza per i pedoni; ai neo professionisti della politica: Anna Donati ricorda quando, da poco eletta in Parlamento per i Verdi, le spiegazioni tecniche di Maria Rosa Vittadini e del suo Maestro le erano state di supporto per contrastare il sistema di proroghe, deroghe, investimenti sbagliati. E i temi chiave di una conversazione sempre intensa nei diversi momenti di convivialità, vacanze, serate intergenerazionali, erano spreco, sfruttamento, abuso, speculazione: può sembrare deprimente ma in realtà c'era molta ironia perché la politica a livello locale facilmente si presta a rappresentazioni un po' grottesche di assessori, sindaci, amministratori riluttanti a doversi confrontare con questioni non ordinarie come i benefici effettivi di infrastrutture e grandi eventi in relazione ai costi economici, ambientali, sociali. Da qui le loro battaglie contro le “grandi opere” lì dove non sono prioritarie, in primis la TAV: non per presa di principio, come in molti li si accusava, ma per privilegiare opere più utili come il rafforzamento della rete ferroviaria lungo le brevi tratte, quelle che ogni giorno mettono a dura prova la vita di insegnanti, badanti, pendolari costretti a muoversi accumulando ritardi, mancando le coincidenze; contro la politica del taglio di nastri alla presenza delle autorità tra ponti immaginari, progetti affrettati, cantieri infiniti: quella che automaticamente subordina interventi necessari come la manutenzione delle strade, la pulizia dei fiumi, il consolidamento delle frane e dei pendii. Maria Rosa Vittadini si è spenta a Venezia lo scorso 17 aprile, poche settimane dopo il decesso di Armando Barp. Uniti fino all'ultimo da un amore iniziato da studenti di architettura oltre ogni istituzione e conformismo, coi loro abiti dalle tinte neutre mai attillati, le loro ampie tracolle con dentro libri, fascicoli e un flauto traverso col quale Maria Rosa, quando poteva, si esercitava. Un legame coronato dall'impegno civile, dai molti viaggi in treno oppure, lei su una moto Benelli cui era affezionata anche se spesso la lasciava a piedi. Lui su una vecchia Cinquecento di cui andava orgoglioso in un momento in cui si diffondevano SUV e macchinoni. In tutto questo le ore di riposo erano pochissime. Il Maestro, per il quale una vita produttiva imponeva di non far tardi la sera, non approvava quando, dopo aver cenato con noi, anziché rincasare si recavano nello studio di via Cantoni a Milano: un luogo sempre aperto a chiunque avesse qualcosa da proporre, da sottoporre alla loro attenzione. Non in tutti i casi le loro battaglie sono riuscite a bloccare progetti ritenuti inutili, o inadeguati, ma gli esiti a livello di sensibilizzazione per una città a misura d'uomo, un ambiente più sano, maggiore lucidità verso decisioni imposte dall'alto, sono innegabili. Rispetto al passato ora la gente rivendica il diritto a vivere in città più verdi, funzionali (specie per chi ha problemi), predisposte alla mobilità leggera. Opere come il ponte sullo stretto di Messina, a dispetto dell'enfasi mediatica, riscuotono meno consenso a priori. É il frutto di un'eredità intellettuale (a propria volta tramandata) che adesso gode di una sua esistenza autonoma. E che avanza malgrado il permanere di criticità e giochi di potere.
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Un testo per comprendere quegli aspetti dell'ambiente meno osservabili ma che incidono profondamente nella vita dei cittadini. Tratto dalla dispensa prodotta per il corso di Sociologia Applicata presso Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” - Vercelli, anno accademico 2024 – 2025. All’interno un contributo del sociologo Massimo S. Russo sull'importanza dell'osservazione partecipante. Ogni capitolo dispone di un riepilogo per una comprensione sintetica delle nuove informazioni. Un glossario a fine testo include i termini specifici di dimensione urbana dei sensi. Alcuni audiovideo esprimono situazioni, e concetti esposti, secondo un approccio insolito: di ascolto attraverso il particolare. Il manuale è uscito in formato ebook ed è disponibile presso tutti gli estore italiani online. Sociologia applicata alla qualità urbana di vita. https://www.girodivite.it/Sociologia-e-qualita-della-vita.html ZeroBook, 2026. - 120 p. - ISBN978-88-6711-254-8. La vita di un musicista itinerante incuriosisce facilmente per quei suoi lati di inconsuetudine tra luoghi sempre nuovi, emozioni che a ogni concerto si rinnovano, situazioni di socialità spontanea tra una prova e un'esibizione. “Note di passaggio” ci offre un'immagine di queste scene e retroscena diversa rispetto al solito (meno leggendaria, più intensa), che Giorgio Sanvito in prima persona ci illustra in ogni frangente: dal sentire il suono della propria arcata fondersi con gli altri al dover gestire uno strumento assai ingombrante tra pullman, aeroporti, dogane, per cui a volte suona un contrabbasso non suo, col quale peraltro riesce velocemente a famigliarizzare fino ad apprezzarne le differenze (quello che gli affidano a San Sebastian risuona con particolare generosità tra le pareti della Kursaal nel moderno Centro Congressi). Un'immagine attraverso la scrittura, i disegni che lui ha realizzato a matita o con inchiostro, le indicazioni per un ascolto musicale appropriato durante la lettura. E ci riporta l'esperienza del concerto esso stesso come un viaggio che si condivide coi colleghi in ogni nota, una sfida tra i propri pensieri e la concentrazione necessaria, tra se stessi e il pubblico. Chi ascolta non può cogliere appieno certe dinamiche d'insieme come l'iniziale difficoltà ad amalgamarsi e poi l'abbandono a quella spinta adrenalinica che unisce e accompagna fino all'ultima battuta: tutto così diverso dal tecnicismo della ripetizione ostinata in fase di registrazione. L'autore ci descrive dall'interno il contrasto tra la fredda perfezione cui mira l'incisione e il trasporto emotivo cui induce l'eccitazione del concerto. La vita di un musicista che gira da solo, o con ensamble (che in questo caso propone un repertorio barocco e classico napoletano) normalmente ci viene narrata in un susseguirsi di arrivi e di partenze, di pranzi ufficiali, strette di mano, abbracci tra colleghi, incontri con il pubblico che rimane una massa anonima. Ma anche il pubblico ha una sua storia, una sua identità che sta al musicista saper cogliere come quando, durante il concerto a Varsavia nel Palazzo di Cultura Sanvito riesce a conciliare l'attenzione in ciò che sta facendo e la curiosità verso particolari volti e sagome tra gli spettatori in sala o quando, al Teatro Colon di Buenos Aires, si trova a condividere la commozione di chi, in quella serata di tarantelle e brevi sinfonie napoletane, ha ricordato i nonni che erano italiani. E anche il luogo fa parte di quel viaggio. Sanvito non tralascia i particolari di stanze d'albergo, camerini, ristoranti. Di situazioni comiche (gli sguardi straniti dei passeggeri alla stazione Circumvesuviana per quell'enorme strumento e relativo sgabello). Ma si sofferma soprattutto nel ricordo di momenti profondi come quando, a Santiago del Cile, in visita alla tomba di Victor Jara, musicista assassinato il giorno dopo il golpe del '73, conosce i genitori di uno tra i tanti giovani sepolti in quello stesso cimitero. È strano come possa esserci alternanza di sentimenti tra di essi contrastanti quando la professione porta a confrontarsi con sempre nuovi luoghi, nuove realtà: suonare davanti a un pubblico entusiasta e il giorno dopo ascoltare le memorie strazianti di genitori sopravvissuti a figli torturati e uccisi dai militari. Esibirsi nel prestigioso Auditorium di Cracovia sapendo di essere a pochi metri di distanza dal ghetto testimone tra i più feroci rastrellamenti nazisti. Ma proprio questo connubio di musica, cultura e coscienza storica restituisce completezza alla tournée del musicista. E rende speciali i suoi racconti. LOCALI DI CONVERSAZIONE La Playa di Taormina - Via Cesare da Sesto 6 - 20123 Milano
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