Lo scorso 6 novembre in via Bronzetti ang. via Melloni a Milano si è svolta una manifestazione per ricordare Franco, investito e ucciso mentre attraversava lungo le strisce alle 10 di mattina. Durante questo evento è arrivata la notizia di due bambini investiti in un'altra zona di Milano. Non era purtroppo il primo appuntamento a seguito di pedoni e ciclisti che perdono la vita mentre percorrono la strada secondo le regole. I manifestanti hanno camminato avanti e indietro lungo le strisce per dimostrare quello che sarebbe un normale diritto. Per non bloccare del tutto il transito lasciavano libero l'attraversamento ogni due minuti. Come anche le altre volte alcuni automobilisti cercavano di sfondare il flusso dei pedoni nonostante fosse presente un vigile che dava loro spiegazioni e chiedeva di pazientare giusto quel poco. L'ostilità verso chi cammina e pedala in questa città è ormai palese, sfacciata. Se ne accorge chi quotidianamente si sposta in bicicletta o altri mezzi leggeri: insulti, gestacci, affiancamenti snervanti e strombazzamenti nel momento delicato di svoltare. L'istinto della velocità per automobilisti e camionisti sembra quasi una reazione a una condizione di lentezza cui la città (Milano in particolare con le vie corte e strette) costringe: per quanto il conducente eviti di rallentare agli incroci (come imporrebbe l'articolo 141 del Codice della strada) e acceleri nervosamente sul breve tratto, il suo veicolo rimane lento, spesso lo obbliga a stare in coda mentre il ciclista lo sorpassa, a impiegare del tempo per parcheggiare. Non è un caso se a queste manifestazioni partecipano quasi esclusivamente ciclisti, genitori con bimbi, anziani, ossia quell'utenza che ben conosce i rischi di ogni giorno e che gli altri considerano d'intralcio, compreso chi a casa riceve regolarmente pacchi da parte di ciclo-fattorini sottopagati. E intanto, non rallentare e non fermarsi dove richiesto, guidare col telefono in mano, parcheggiare abusivamente è diventata una "prassi lecita" dettata dall'esigenza di andare di fretta. Poi, dopo, a investimento avvenuto si fanno gli esami tossicologici sul conducente, si dice subito se è risultato positivo ai test, se era straniero e, se nulla di ciò viene confermato, il caso rientra nella triste fatalità. Una fatalità che rischia di diventare una consuetudine per mano di persone normali, che svolgono una vita normale, e che così continueranno anche dopo quel momento in cui, la stessa impunità che li ha abituati a non porsi troppi problemi, ha causato la tragedia. Il concetto di ZONA 30 apparentemente stona con quello di efficienza. In realtà, la velocità media in una città come Milano, senza accelerare sul breve tratto e rallentando dove previsto, sarebbe già di 30 km/h. Difficile smantellare comportamenti ormai radicati tuttavia, imporre questo limite, oltre a fare diminuire gli incidenti, orienterebbe la mentalità comune verso una velocità lineare anziché a balzi; grazie alla quale il traffico è più scorrevole. A Milano come già in altre metropoli non per questo meno dinamiche e produttive.
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Quando nel 1968 Pier Paolo Pasolini descriveva una manifestazione studentesca, cui aveva assistito, come uno scontro di classe tra poliziotti poveri e loro coetanei viziati, lo scenario era diverso. Allora gli studenti, frutto del recente Baby boom, erano tanti. Riempivano treni, stazioni, metropolitane, sale da concerto dove ascoltavano in silenzio. Questa massa costante creava già di per se una sorta di contrapposizione tra anziani severi alla vecchia maniera e giovani numerosi, ribelli: un gap generazionale che ha distinto il movimento degli studenti fino a circa gli anni '80. Gli anni di piombo, con il terrorismo che uccideva a sorpresa e l'inevitabile reflusso nel privato, avevano contribuito allo spopolamento di strade e piazze precedentemente animate da ragazzi che distribuivano volantini e attaccavano manifesti. Nuovi problemi di immigrazione, emarginazione sociale, mutamenti ambientali si aggiungevano al dibattito politico. In strada si è iniziato a manifestare contro le fabbriche inquinanti, i femminicidi, per la pace attraverso movimenti che raccolgono per lo più la sinistra pur trattando argomenti di interesse trasversale, intergenerazionale: contro la violenza sulle donne e contro le guerre marciano i ragazzini assieme ai genitori e ai nonni. Nelle aree inquinate, oltre agli ambientalisti, si raccolgono i famigliari di chi ha perso la vita a causa dei residui tossici. Dai tempi in cui i figli contestavano di nascosto si è passati a quelli in cui genitori e figli si riuniscono nelle piazze, sfilano assieme lungo le strade. Sia a destra, che a sinistra, questi eventi si arricchiscono di intrattenimenti musicali, danzanti, mascheramenti, passeggini, cagnolini al guinzaglio: per protestare contro il razzismo, l'omofonia così come per sottolineare i propri confini, la propria identità nazionale. E si è smussato in parte l'antagonismo tra dimostranti e forze dell'ordine perché certe carriere sono diventate più selettive e prestigiose rispetto a quando si entrava in polizia come unica possibilità per uscire da situazioni di povertà e isolamento, coltivando quel risentimento descritto da Pasolini nei confronti di chi aveva avuto una vita più agiata e ora si trovava nelle vesti di avversario. In questo contesto di eterogeneità e intrattenimento i gruppi di provocatori si distinguono nettamente con il resto dei dimostranti: fanno gruppo tra loro, non mostrano il volto, non cantano, non ballano e un po' fa specie che non si riesca ad arginarli con anticipo. Al contrario li si associa a tutti gli altri compresi nonni coi nipoti, insegnanti coi loro alunni, volontari di associazioni umanitarie. Anche chi, in passato, ha sfilato assieme a politici storicamente violenti ora condanna le manifestazioni di piazza come atti volutamente destabilizzanti, quasi come trattandosi di fenomeni nuovi, inaspettati. Ma, al di là di motivazioni che si possono più o meno discutere (specie in ambito di questioni controverse come per i conflitti attualmente in corso), partecipazione e condivisione rimangono l'esatto contrario di indifferenza e superficialità: gli anni di piombo hanno coinciso con un impoverimento culturale e dei valori rafforzato dal dilagare indisturbato di emittenti commerciali ad alto contenuto consumistico e sessista. Ed è pericolosa la condanna nei confronti di persone di ogni età e ruolo le quali, pur senza appartenere a partiti o movimenti politici, esprimono sentimenti di solidarietà nei confronti di civili martoriati dalla guerra: lo si potrebbe interpretare come un invito, da parte di chi governa, a non preoccuparsi oltre i propri problemi di vivibilità e sicurezza personale. Allora Pasolini aveva paragonato gli studenti in lotta a borghesi rivoluzionari da strapazzo, oggi, forse, descriverebbe le recenti manifestazioni a sostegno di Gaza in termini di “eco” collettivo in parte influenzato dai mass media; senza con ciò condannare il coinvolgimento emotivo esteso nei confronti di una popolazione che sta soffrendo. Per chi ha più di sessant'anni sentir parlare della guerra tra Israele e Palestina purtroppo non è una novità anche se l'attenzione si rinnova attraverso continui fatti nuovi, sconvolgenti. Una cosa non è mai cambiata durante questi anni in cui dalla radio si è passati al web: i governi che in Italia si sono succeduti hanno mantenuto gli stessi orientamenti: con la sinistra e il centro a sostegno della Palestina (come già durante i governi democristiani), la destra a favore di Israele. Quali ne siano i motivi è grossomodo deducibile dal fatto che i palestinesi sono sempre stati i più poveri, i più esposti alla violenza e gli israeliani i più forti, appoggiati dall'America capitalista; dotati di un esercito potente. Attualmente la sinistra si esprime attraverso manifestazioni, scioperi, comunicati social e petizioni pro Gaza sulla scia di sentimenti umani e in parte ideologici. La destra attraverso posizioni di sionismo anche da chi non si è mai veramente interessato alla questione ebraica, nonché da rappresentanti di partiti e movimenti eredi dell'ideologia fascista. Ora che è in corso una trattativa tra Trump, Netanyahu e Hamas, il divario non si placa: a sinistra attribuendo il merito di un augurato cessate il fuoco alla pressione emotiva suscitata da una missione umanitaria di imbarcazioni dirette a Gaza. A destra attribuendo un possibile successo di trattativa a Trump e alla collaborazione di altri governi tra cui quello italiano; accusando inoltre l'opposizione di voler bloccare il processo di pace attraverso un'iniziativa via mare che potrebbe comprometterlo. Forse il contrasto un po' è retaggio dei tempi in cui Gaza non era ancora in mano a un'organizzazione criminale che si serve dei suoi stessi coabitanti come scudo umano. In cui, allora (come adesso), le sinistre trascuravano che il disprezzo per le donne, la violenza contro gli omosessuali nemmeno in Palestina hanno mai fatto eccezione e le destre descrivevano Israele come un Paese democratico per eccellenza nonostante il permanere a oltranza di Capi di Stato tra cui i più sanguinari. Una cosa che non è mai stata particolarmente divisoria è quella di associare l'israeliano ad ognuno degli infiniti ebrei sparsi nel mondo, la maggior parte dei quali, religiosi o meno, non sentono di appartenere a un territorio distante, dove ancora non hanno avuto occasione di recarsi. Se l'ondata emotiva ProPal sta avendo un effetto positivo di vicinanza con un popolo che sta soffrendo è bene non dimenticare che l'ebreo resta un "diverso" per quelli stessi motivi di ignoranza e luoghi comuni che hanno fomentato la Shoah; che una volta risolto il conflitto, o smorzata l'attenzione, anche da chi adesso difende Israele tornerebbe a essere considerato al pari di altre categorie che nei paesi islamici vengono perseguitate. E, per chi schierato platealmente con il popolo palestinese, sarebbe bene riflettere sulle conseguenze di una contrapposizione che già sta avendo i suoi effetti di antisemitismo che riemerge, avvalendosi di quei sentimenti sempre vivi di ostilità, xenofobia, ricerca di un capro espiatorio. Lo si chiami genocidio (come si vorrebbe a sinistra) o in altro modo, il massacro sistematico di una popolazione rimane ciò che è! Solidarietà ai civili vittime di guerra a Gaza e nel mondo. Un pensiero particolare ai bambini i quali, al di là di quello che succederà in futuro, come per chi sopravvissuto orfano alla ferocia nazista, rimarranno segnati a vita. Spostarsi con lentezza permette di osservare degli aspetti dell'ambiente e della gente che altrimenti non si colgono. L'Europa è una realtà complessa di Stati vicini ma profondamente differenti. Lungo la ciclovia tra Salisburgo e Grado si nota un'Austria diversa per chi l'ha visitata anni fa quando era il Paese a misura di montanaro con la sua picozza, di anziano col suo bastone. Con tanti parchi, aree verdi curate, attrezzate. Ora, sotto il cielo assolato di agosto, il territorio appare più arido, con poche aree ombreggiate, come un appartamento pulito ma privo di mobilio quasi ad evitare che a qualcuno possa venir voglia di fermarsi per un po'. E questo avviene in un Paese dove l'ospitalità è parte di un senso civico innato così come il rispetto per la cosa pubblica, per le regole stradali. Un Paese da sempre aperto a turisti, studenti, frequentatori termali; a lavoratori che inizialmente, venendo per lo più dall'est Europa, si confondevano con la popolazione locale. Poi l'aumento di arabi e africani ha creato sensazioni di incompatibilità crescente con un paesaggio di conifere e chalet così come spesso è stato esplicitato dagli esponenti dei partiti più conservatori. Gli arredi volutamente scomodi sarebbero rivolti solo a certe categorie ma inevitabilmente colpiscono tutti. Pertanto nelle cittadine persone non più giovani in costume tirolese si appoggiano ai muri, condividono le rare panchine scusandosi con chi già è seduto mentre estraggono la propria bottiglia da una borsa perché non ci sono più tante fontane. Eppure gli austriaci sono rimasti gli stessi, un po' rigidi ma sempre disponibili a dare un'informazione, ad aiutare spontaneamente cicloturisti e camminatori di ogni razza e religione perché questo nuovo modo di viaggiare attira sportivi e pellegrini di ogni provenienza. Pedalando verso il confine a un certo punto si arriva a Tarvisio dove si respira aria di villeggiatura italiana tipica, senza più le Gasthaus che sanno di birra e i loro ospiti allegroni. Con invece le pizzerie, i pub, le musiche assordanti anche all'aperto. E si avverte inoltre una certa intolleranza verso un turismo cui ancora non si è abituati: con l'insofferenza degli automobilisti costretti a rallentare all'imbocco della ciclabile che scende verso l'Adriatico sul percorso della vecchia ferrovia. Qui, più che l'arabo è il ciclista colui che rovina lo scenario. Evidentemente non si considera che i cammini religiosi, tematici (così come attualmente per il turismo no oil) pur nascendo come viaggio povero creano un indotto di turismo parallelo molto meno povero a vantaggio della comunità locale. Che dove la popolazione invecchia l'inserimento di persone in età da forza lavoro rimane un input economico, sociale, superiore a sentimenti di ostilità basati su aspetti esteriori (peraltro superati da tempo in molte realtà dell'Occidente). E così, chilometro dopo chilometro, usufruendo di servizi e strutture, respirando l'ambiente e osservando la gente, emerge una realtà curiosa di Stati che, per certi aspetti, si uniformano, per altri si irrigidiscono ognuno nelle proprie identità e tradizioni. In un'Europa in cui pregiudizio e ancoraggio alla consuetudine locale ancora pesano su un progetto di Unico Stato. Come per la qualità di vita in generale, la qualità urbana si misura attraverso dati oggettivi, in questo caso costruiti sulla base dell'esperienza quotidiana dei cittadini. Residenti stabili, temporanei e pendolari stabiliscono il livello di vivibilità degli spazi urbani. L'intenzionalità all'origine di disagi fini a se stessi, il non sapere quando hanno inizio e quando finiscono, caratterizzano l'attuale malessere urbano con conseguenze anche in ambito economico. Il concetto di qualità della vita in generale implica una misura di gradimento rispetto alle aspettative esistenziali di ciascun individuo. In ambito urbano tale soddisfazione dipende dalle possibilità di fruire serenamente dello spazio pubblico e di godere della tranquillità dello spazio abitativo: quest'ultimo, pur essendo privato risente in parte dei rumori di raduni mondani e altri disagi che provengono dalla strada. Oggi lo spazio pubblico tende a restringersi attraverso barriere fisiche tra cui gli arredi della commercializzazione, i parcheggi abusivi. E invisibili attraverso gli impatti delle tecnologie sonore. In tal senso la qualità urbana può essere valutata su un piano tangibile riferito alla fruibilità di marciapiedi, piazze, aree verdi, e intangibile relativo alla sfera relazionale, sociale che avvolge l'individuo ovunque: è emblematico, a tale proposito, come l’esposizione forzata a stimoli sonori (unica reale condizione di esproprio di questa dimensione) sia divenuta consuetudine in sempre più contesti pubblici. Una volontà precisa è all'origine di chi provoca gli attuali disagi rispetto a quelli della città caotica per tradizione: suoni e musiche diffusi con altoparlanti, forti schiamazzi in occasione di assembramenti mondani, effetti ansiogeni da traffico aggressivo, interpretano il desiderio di intrattenere, o di far sentire la propria presenza; attraverso rumori non necessari (diversamente da quelli di una sirena d’ambulanza, di un cantiere). La consapevolezza che molte fonti di disturbo siano frutto di scelte deliberate, l'imprevedibilità di situazioni come quelle di movida che può verificarsi ovunque e protrarsi anche oltre la chiusura del locale che ha causato l'assembramento, alimentano un senso diffuso di frustrazione e risentimento da cui dipendono conflitti famigliari, professionali: vivere nei centri abitati, o frequentarli abitualmente, vuol dire alzarsi al mattino, svolgere mansioni di responsabilità, interagire con parenti, colleghi ecc. La presenza di parchi, monumenti e altre attrattive, non garantisce, di per sé, un’elevata qualità della vita urbana. In assenza di servizi adeguati l'affluenza massiccia di turisti e visitatori si traduce in cattiva vivibilità e degrado come anche per il parco qualora insediato da attività risonanti. Di fatto, una città realmente vivibile si riconosce nella cura degli spazi di quiete, nella sicurezza di un traffico a misura di pedone e ciclista, nell'assenza di ostacoli concreti o acustici che interferiscano con le normali attività di lavoro, tempo libero e riposo ...tutte cose poco appariscenti in confronto all'erigersi di grandi strutture o altre inventive. Ed è così che la vita all'interno di spazi privati, blindati, acusticamente isolati, tende a sostituirsi a quella che un tempo animava lo spazio pubblico (ora spesso percepito come ostile) secondo un segnale allarmante di disaffezione verso quello stesso territorio che in certi momenti attrae chi viene da fuori. Le ricadute sulla qualità di vita in senso lato non mancano perché la minore frequentazione degli spazi comuni comporta una riduzione dei servizi, chiusura delle attività commerciali, perdita di posti di lavoro: un circolo vizioso che compromette la coesione sociale e alimenta un senso di fallimento rispetto a quelli che erano gli obiettivi esistenziali dell'individuo al dilà del suo ruolo di cittadino. E il vero giudice di una vita urbana cui attribuire un livello di qualità è colui che ogni giorno si sposta tra uffici, ambulatori, prende un caffè, cerca un po' di tranquillità. È per lui che dovrebbero essere pensati gli spazi condivisi: non per intrattenerlo a tutti costi ma per offrirgli vivibilità, soluzioni. Pace. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. [ ] Solo dei cervelli poco sviluppati, nel terzo millennio, possono pensare alla guerra come uno strumento accettabile per la risoluzione dei conflitti. Gino Strada. Presso l'Ospedale Humanitas di Milano, tenendo compagnia a una persona da poco operata, ascolto il commento di un paramedico mentre scorrono i titoli di cronaca il 23 giugno scorso su Rainews "Ma guarda se con tutti i problemi che già ci sono bisogna pensare a fare la guerra". Per lei, giovane donna che lavora con professionalità, la guerra è già nei pronto soccorso, nelle sale operatorie, nelle corsie dove le conseguenze dei tagli alla spesa pubblica si fanno sentire. E un po' viene da chiedersi quale effetto possa avere sull'opinione pubblica sentir parlare di interventi bellici preventivi, difensivi, di cambio regime. A parte la coscienza ormai diffusa che le guerre costano in termini di vite umane e di soldi che non si sa dove vanno a finire, la gente, in un Paese come l'Italia, dove patriottismo e nazionalismo sono ormai argomenti per vegliardi, non gode di particolari interessi interventisti e di sostegno ad eserciti che, a livello nazionale, nemmeno esistono. Può anche darsi che ottant'anni di pace abbiano abituato gli italiani a non farsi troppe domande ma è anche vero che quasi nessuno in questo momento teme un'invasione russa o iraniana. Che gli ultimi conflitti hanno creato morti, spese militari scellerate senza esito di conclusione alcuna e i regimi teocratici, lì dove si è intervenuti, anziché dissolversi si sono rafforzati. Intanto si parla di accordi, negoziati, si assiste agli abbracci tra capi di Stato così come alle scene di morte e di disperazione. Si ascoltano opinioni di ogni corrente e frasi persuasive nel ricordare che anche i partigiani combattevano per la libertà; senza considerare che i tempi erano altri e si trattava di una guerra civile, razziale. Che la maggior parte della popolazione era analfabeta, ignara di cosa veramente stava succedendo. Che mancavano i mezzi di comunicazione e una intelligence in grado di prevenire aggressioni efferate come attualmente. In questo scenario di guerra e di pace, di discorsi accorati, talvolta imbarazzanti, l'unica certezza è che l'accordo non arriva e i bombardamenti non si interrompono se non per brevi parentesi. Che una vera intenzione di pace non c'è e comunque, per chi decide, non è quella la priorità. Che le bombe nel mucchio colpiscono uomini e donne che cercano di sopravvivere, bambini già martoriati dalla fame e dalla sete. Ed è comprensibile che, per chi ha a che fare con la sofferenze di ogni giorno nei reparti ospedalieri, nelle carceri, nelle mense per i senzatetto, sentir parlare di guerre razionali, intelligenti, precauzionali, riparatorie di regimi dispotici, appaia pressoché ridicolo: non si tratta di superficialità, distanza; piuttosto di cruda consapevolezza o, per cause meno nobili, di incompatibilità con le difficoltà quotidiane di un Occidente dove i problemi non mancano e riarmo significa aumento di tasse ad imprese che già fanno fatica, minore sicurezza per chi ritiene che il nemico sia già in casa, carovita che grava sulle famiglie. Di fatto le guerre disturbano, costano, complicano la vita: una realtà che i signori della guerra forse sottovalutano quando parlano di riorganizzazione dell'economia di un Paese in risposta al conflitto bellico. Di conquista di libertà e diritti umani attraverso un intervento militare in questo caso “giusto”: imbonimenti da parte di cervelli a loro modo sviluppati ma di animi profondamente in malafede. Il Caffè Letterario riapre. Ci saranno nuovi eventi. Giovani e meno giovani potranno tornare qui a studiare e rilassarsi nella quiete dello sfondo FANA. Per il momento ha vinto il buon senso ma bisogna continuare a essere solidali coi titolari dell'attività, contro il pensiero retrivo.
Disagio acustico o di immagine? Il caso a Milano della Libreria Celuc e del suo Caffè Letterario.30/4/2025 Spesso si confondono rumore e assembramento di persone con questioni private di apparenza e altre che nulla hanno a che fare con le vere cause di disagio urbano. A Milano, dove lo spazio pubblico via via si restringe con le attività commerciali che si espandono sui marciapiedi, l'ingombro dei parcheggi abusivi e gli effetti di musiche diffuse all'aperto, viene penalizzato un noto Caffè Letterario interno alla Libreria Celuc in via Santa Valeria 5, poco distante dall'Università Cattolica in largo Gemelli. La sentenza del Tribunale parla di assembramento in strada come motivo di confusione per cui si è ordinato di sospendere il servizio di caffetteria/ tavola calda. I sopralluoghi attraverso CTU, con rilievi fonometrici negli appartamenti ai piani superiori, hanno negato ogni superamento di limite acustico (è stato invece rilevato l'effetto di schiamazzi e spari di coriandoli proveniente da Largo Gemelli dove puntualmente si festeggiano i neo laureati). Dunque il motivo di chiusura per la caffetteria non è il rumore e adesso succede che, se chi abita nello stabile aveva la certezza che la notte sarebbe stata tranquilla con la libreria chiude alle 20, ora non più: i gestori, dopo anni di contenzioso estenuante imposto da una parte dei condomini, potrebbero scegliere di interrompere definitivamente l'attività. Al suo posto potrebbe essere aperto un locale di tendenza, col sonoro che rimbomba ai piani sopra e rumore di traffico in continua fase di manovra. È curioso come ancora non si capisca la differenza tra assembramento primario (ad esempio movida, raduni che si formano dove ci sono attività di richiamo) e secondario come per studenti e docenti i quali, davanti al negozio in via Santa Valeria, non hanno mai creato intralcio, e che adesso rimpiangono la caffetteria dove potevano studiare grazie allo sfondo silenzioso. Ancora si confonde il disagio reale con un'apparente mancanza di decoro come quando, diversi anni fa, da parte degli abitanti di un condominio milanese era stato impedito ai loro stessi figli di fare gruppo davanti allo stabile perché così facendo l'immagine poteva essere quella di una casa popolare: in breve tempo la stessa area, senza più la presenza dei giovani residenti, era diventata sede di facile borseggio. Riflettiamo su ciò che significa sobrietà applicata all'ambiente nella sua quotidianità e non solo come comportamento individuale; liberando il cittadino da elementi che ostacolano la sua mobilità (specie quando già ha problemi), dall'agonia di continue notti insonni per via della folla sotto casa. Impariamo a riconoscere una situazione di raduno provvisorio, fluido, da altre condizioni di ressa radicata per motivi commerciali e di mondanità: magari trascorrendoci del tempo, parlando con chi abita lì; spingendo un passeggino o una sedia rotelle lungo marciapiedi occupati da tavoli e dohor, lungo strade dissestate con gli automobilisti che agli incroci non rallentano. Serve a comprendere il disagio urbano dove realmente si manifesta ma nessuno interviene. A distinguerlo da circostanze di fatto innocue ma su cui è capace si concentrino risentimenti e interessi privati. Le città hanno bisogno di luoghi dove stare, potersi concentrare mentalmente, parlare a bassa voce senza musiche e programmi radio che distraggono e costringono a sforzare i toni. Ovunque uno di questi spazi viene sottratto si toglie qualcosa ai cittadini e si crea un vuoto, ...un vuoto che non si sa come verrà colmato. Che bello finalmente sentir parlare di sobrietà! Peccato che ciò accada solo in occasione del 25 Aprile e per il fatto che si è a lutto per Papa Francesco, approfittando di una persona che, della sobrietà, ha fatto testimonianza quotidiana a partire dai suoi modi di fare e stili di vita. Con che coraggio l'invito alla sobrietà da parte di politici e giornalisti arroganti per eccellenza, che non risparmiano battute sessiste e attacchi volgari agli avversari sui social e in TV? Che ben si guardano dal rinnegare le loro origini fasciste. Che mai si sono opposti ad un'informazione mediatica urlata, musicata con irruenza (al contrario ci hanno sguazzato dentro). Comincino loro stessi a essere sobri, ogni giorno e in ogni momento, iniziando dalla comprensione vera di questo concetto. Buona Festa di Liberazione da FANA |