La vita di un musicista itinerante incuriosisce facilmente per quei suoi lati di inconsuetudine tra luoghi sempre nuovi, emozioni che a ogni concerto si rinnovano, situazioni di socialità spontanea tra una prova e un'esibizione. “Note di passaggio” ci offre un'immagine di queste scene e retroscena diversa rispetto al solito (meno leggendaria, più intensa), che Giorgio Sanvito in prima persona ci illustra in ogni frangente: dal sentire il suono della propria arcata fondersi con gli altri al dover gestire uno strumento assai ingombrante tra pullman, aeroporti, dogane, per cui a volte suona un contrabbasso non suo, col quale peraltro riesce velocemente a famigliarizzare fino ad apprezzarne le differenze (quello che gli affidano a San Sebastian risuona con particolare generosità tra le pareti della Kursaal nel moderno Centro Congressi). Un'immagine attraverso la scrittura, i disegni che lui ha realizzato a matita o con inchiostro, le indicazioni per un ascolto musicale appropriato durante la lettura. E ci riporta l'esperienza del concerto esso stesso come un viaggio che si condivide coi colleghi in ogni nota, una sfida tra i propri pensieri e la concentrazione necessaria, tra se stessi e il pubblico. Chi ascolta non può cogliere appieno certe dinamiche d'insieme come l'iniziale difficoltà ad amalgamarsi e poi l'abbandono a quella spinta adrenalinica che unisce e accompagna fino all'ultima battuta: tutto così diverso dal tecnicismo della ripetizione ostinata in fase di registrazione. L'autore ci descrive dall'interno il contrasto tra la fredda perfezione cui mira l'incisione e il trasporto emotivo cui induce l'eccitazione del concerto. La vita di un musicista che gira da solo, o con ensamble (che in questo caso propone un repertorio barocco e classico napoletano) normalmente ci viene narrata in un susseguirsi di arrivi e di partenze, di pranzi ufficiali, strette di mano, abbracci tra colleghi, incontri con il pubblico che rimane una massa anonima. Ma anche il pubblico ha una sua storia, una sua identità che sta al musicista saper cogliere come quando, durante il concerto a Varsavia nel Palazzo di Cultura Sanvito riesce a conciliare l'attenzione in ciò che sta facendo e la curiosità verso particolari volti e sagome tra gli spettatori in sala o quando, al Teatro Colon di Buenos Aires, si trova a condividere la commozione di chi, in quella serata di tarantelle e brevi sinfonie napoletane, ha ricordato i nonni che erano italiani. E anche il luogo fa parte di quel viaggio. Sanvito non tralascia i particolari di stanze d'albergo, camerini, ristoranti. Di situazioni comiche (gli sguardi straniti dei passeggeri alla stazione Circumvesuviana per quell'enorme strumento e relativo sgabello). Ma si sofferma soprattutto nel ricordo di momenti profondi come quando, a Santiago del Cile, in visita alla tomba di Victor Jara, musicista assassinato il giorno dopo il golpe del '73, conosce i genitori di uno tra i tanti giovani sepolti in quello stesso cimitero. È strano come possa esserci alternanza di sentimenti tra di essi contrastanti quando la professione porta a confrontarsi con sempre nuovi luoghi, nuove realtà: suonare davanti a un pubblico entusiasta e il giorno dopo ascoltare le memorie strazianti di genitori sopravvissuti a figli torturati e uccisi dai militari. Esibirsi nel prestigioso Auditorium di Cracovia sapendo di essere a pochi metri di distanza dal ghetto testimone tra i più feroci rastrellamenti nazisti. Ma proprio questo connubio di musica, cultura e coscienza storica restituisce completezza alla tournée del musicista. E rende speciali i suoi racconti.
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